TRENT'ANNI
I trent'anni. Che età strana: non sei più tanto giovane, ma nemmeno sei vecchio. Hai solamente trent'anni. Però, anche se non sono i quaranta, dove festeggi perché entri negli "anta", hai raggiunto comunque un traguardo, soprattutto se, come me, ci arrivi tutta intera, senza aver combinato troppi guai, senza essere stato arrestato almeno una volta, senza che ti sei fatto andare in pappa il cervello con droghe che vanno di moda, senza che sei diventata un'alcolizzata.
Ma è davvero un traguardo? Se alla domanda: "Ma hai un ragazzo che ti porterà fuori a cena, per festeggiare i tuoi trent'anni?", la risposta è un semplice "NO", forse non è un traguardo, perché sei sola, senza un uomo pronto a sposarti o a mettere su famiglia con te.
E se anche alla domanda: "I tuoi amici ti organizzeranno una festa a sorpresa?", la risposta è sempre la stessa di prima, perché non è che hai tutti questi amici, allora non hai raggiunto nessun traguardo, perché molti ti considereranno una sfigata, una zitella e una persona sola.
Ma tu, alla fine, a parte la famiglia che comunque non è poi tutto questo paradiso, un'amica ce l'hai. E quell'amica ha insistito per portarti a festeggiare da qualche parte, con un gruppo di amici suoi, che tu conosci a malapena e con cui non hai niente in comune. Ma, pur di non passare quel sabato sera che è il tuo trentesimo compleanno a casa, con la tua famiglia, come hai fatto per i tuoi diciott'anni, le rispondi: "Ok, va bene". Poi, con la tua famiglia, festeggi a pranzo, giusto per non farli rimanere male.
Ed è così che, quel sabato mattina, ti svegli con una chiamata da parte di tua madre, che ti chiama per farti gli auguri.
"Pronto", rispondo, assonnata. Sì, perché lei, nella foga di farti gli auguri per prima, per farti vedere quanto ci tiene a te, per ricordarti che sei la luce dei suoi occhi nonostante abbia altri tre figli, ti chiama alle sette di mattina!
"Auguri, tesoro! Buon compleanno!", urla dall'altra parte del telefono, come se, a causa della distanza, io non la dovessi sentire se non urla.
"Grazie, mamma", le dico io, cercando di mettermi seduta. Già so che la conversazione durerà almeno mezz'oretta. Perché farmi gli auguri e poi attaccare, non rientra nei suoi canoni di "telefonata per gli auguri".
"Oggi facciamo a pranzo, quindi?" mi chiede, come se non fosse un mese che abbiamo intrapreso questa discussione. Sì, perché lei ha bisogno di un mese, se non di più, per preparare una festa di compleanno, che sia la festa per i nove anni di suo nipote, o un pranzo per i trent'anni della minore delle sue figlie.
"Sì, mamma" le rispondo, alzandomi con fatica dal letto. E lei, probabilmente, ha sentito in qualche modo che mi stavo sforzando, perché se ne esce con: "Che hai, amore? Ti sento affaticata. Tutto bene?"
Eh sì, mamma, tutto bene, se non fosse che mi chiami alle sette di mattina per farmi gli auguri, dopo che ho avuto una settimana pesante al lavoro. Ed è proprio questo quello che volevo risponderle, ma mi limito con un: "Sì, mamma, tutto bene. Mi sono appena svegliata"..
Cosa sbagliata da dire!
"Oh, scusa, amore. Ti ho svegliata, vero? Mi dispiace tantissimo..." e via così, per almeno dieci minuti. E io la lascio parlare, mettendo il vivavoce al telefono mentre vado in bagno a fare pipì e a lavarmi la faccia.
Quando mi permette di parlare di nuovo, la mia voce è più sveglia.
"Mamma, tranquilla", le dico, durante una rara pausa. Eh già, perché anche lei, ogni tanto, ha bisogno di prendere una boccata d'aria e respirare. "Intanto mi sarei svegliata tra poco".
Altra cosa sbagliata da dire!
"Come mai, tesoro mio? Hai da fare, questa mattina? Non devi preoccuparti di niente, sai che penso a tutto io! Non devi portare assolutamente nulla, oggi a pranzo! Solo la tua dolce presenza!", e via così, per altri cinque minuti, dove mi dice che sono la luce dei suoi occhi, che ha in mente di preparare tutti i miei piatti preferiti e che ha già ordinato la torta alla mia pasticceria preferita.
Poi, mi dice: "Sai, oggi a pranzo ci saranno tutti i tuoi fratelli, con rispettive famiglie! E anche tua nonna, ovviamente! Non si perderebbe mai il tuo trentesimo compleanno! E andremo persino a prendere tutto nonno alla casa di riposo! Sei contenta?"
Sì, ero veramente contenta. E non sono ironica! Adoro mia nonna materna, Serena, e mio nonno paterno, Vincenzo, non lo vedo da troppo tempo, ormai in una casa di cura da quando si è rotto il bacino, cadendo dalle scale del condominio dove abitava, qualche anno fa. Aveva bisogno di una badante 24 ore su 24, dopo la caduta e l'operazione. In fondo, quando il fatto è accaduto, aveva già novant'anni. Non era più un giovanotto! Quindi, i miei genitori, per non farlo stare da solo in casa con una badante, hanno deciso di farlo ricoverare in una casa di cura, dove può stare in contatto con altri suoi coetanei. Ovviamente, prima di cercarne una, avevano chiesto il suo parere e lui, amante della vita sociale anche a quell'età e con la fobia di rimanere solo, aveva accettato con un sorriso. Quindi avevano cercato, tutti e tre insieme, una bella casa di cura circondata dal verde e messo in affitto il suo appartamento.
"Sì, mamma. Sono contentissima!" le rispondo, e lei dovette sentire la gioia nella mia voce, perché quando percepisce l'ironia, me lo dice chiaro e tondo.
"Bene, tesoro, allora ci vediamo all'una".
E fu così che, dopo mezz'ora di chiacchiere inutili, ci salutammo.
Avrei voluto tornare a letto, ma ormai ero sveglia e decisi di fare colazione con il latte e i pan di stelle.
Verso le otto, mi chiama Cristina, la mia unica e vera amica.
"AUGURIIIIIIIIIIII" mi urla nel telefono, felice, dopo che ha sentito la mia voce sveglia rispondere "pronto".
"Grazieeeeee" le dico, felice di sentirla.
"Ti ha svegliato tua mamma, immagino" mi fa, ridendo.
"E chi, se non lei?" rido anche io.
Mi chiede a che ora e, quando le dico alle sette, sento che fa una smorfia.
Chiacchieriamo un po', poi le chiedo che programma ha fatto per la serata, ma lei mi risponde che è una sorpresa. E già mi preoccupo, ma non insisto, perché ormai la conosco.
Ci salutiamo dopo una mezz'ora di chiacchiere, piacevoli questa volta.
Ormai si sono fatte quasi le nove, e decido di sistemare casa, cosa che non faccio durante la settimana, a causa del lavoro.
Sono un'assistente sociale e mi occupo di bambini e donne maltrattate, accolte in una casa famiglia di Roma. Ne vedo troppi, nel mio lavoro e la sera, quando rimetto piede in casa, mi è difficile lasciare i problemi altrui fuori dalla porta, ma ci riesco.
Questa settimana, ad esempio, ha fatto il suo ingresso nella struttura una bambina di otto anni, maltrattata dal padre e con la madre in carcere per droga. E' una bambina che, fisicamente, dimostra meno dell'età che ha, ma, dopo che ci ho parlato per cinque giorni, ho capito che è dovuta crescere velocemente.
Il mio appartamento è grande 90 mq ed è composto da salone con angolo cottura, due camere da letto e un bagno. Per pulirlo a fondo ci metto almeno due ore e mezza e, quando finisco, sono ormai le undici e mezza e decido quindi di andarmi a preparare.
Nella mia famiglia è d'obbligo, per i compleanni, vestirsi semi-eleganti. Quindi opto per un vestito color verde smeraldo di cotone, comprato l'anno scorso per i novant'anni di nonna Serena.
Dopo averlo steso sul letto, mi vado a fare la doccia, poi mi trucco (un trucco leggero, ovviamente), mi pettino i miei lunghi capelli color rosso rame (una coda di cavallo alta) e mi vesto.
A mezzogiorno e un quarto sono pronta per uscire.
Per raggiungere casa dei miei genitori ci si impiega trentacinque minuti. Io mi sono trovata un appartamento nel quartiere Montesacro, mentre la mia casa d'infanzia si trova all'Eur, dall'altra parte di Roma! Ma più distanza c'è, meglio è!
Arrivo all'una precise, e quando entro nel giardino della villa della mia famiglia, vi trovo già tutti! I miei tre fratelli, con le rispettive mogli e i miei sei nipoti che corrono per il prato, con le loro madri che gli urlano di stare lontano dalla piscina, ancora coperta per l'inverno. Mia nonna seduta sotto al gazebo, con vicino la suo bulldog francese, Chanel. E, seduto vicino a lei sulla sua sedia a rotelle, nonno Vincenzo, con un grosso sorriso stampato sul viso.
"Ed ecco la mia bella nipotina!" esclama, vedendomi.
Saluto tutti e vado dalle uniche due persone della famiglia con cui riesco a stare senza sentire la voglia di scappare che mi assale.
Li saluto con calore e mi siedo tra i due, iniziando ad accarezzare Chanel.
"Tuo nonno mi stava raccontando che nella casa di riposo ha fatto conquiste", mi dice nonna.
"Le infermiere sono innamorate di me" mi informa lui e io rido.
"E' proooooontoooooo" urla mia mamma, come sempre.
Ci riuniamo tutti intorno al lungo tavolo posizionato in giardino. Nonostante sia l'inizio di maggio, la temperatura è molto piacevole e io mi siedo, come sempre, tra i miei nonni. Di fronte a me c'è mio fratello maggiore, Pietro, che quest'anno compirà quarant'anni, quindi raggiungerà il famoso traguardo degli "anta". Vicino a lui, sua moglie Cinzia. Poi c'è mio fratello Claudio, trentasei anni e sua moglie Marina, con accanto mia madre. Vicino al nonno, c'è mio fratello Giulio, trentatré anni e sua moglie Sara. Poi mio padre siede a capotavola, come sempre, mentre i bambini, che hanno dai quattro anni ai dieci, hanno un tavolo tutto loro, da dove arrivano degli schiamazzi, che ormai non danno più fastidio a nessuno. Anzi, i miei fratelli e le mie cognate iniziano a preoccuparsi se non li sentono.
Il pranzo va bene, ci sono tutti i miei piatti preferiti, come promesso da mia madre, dalla lasagna alla frittura di pesce, fino a quando non si inizia a parlare di figli.
"E tu, cara, quando me lo darai un nipotino?" mi chiede mia madre, subito azzittita dalla nonna, che Dio la faccia vivere ancora per molti anni.
"Ma mamma, ormai Vittoria ha trent'anni! Tutti i suoi fratelli, alla sua età, erano sposati e stavano per diventare padri!"
"Non io", dice mio fratello Giulio. "Io a trent'anni avevo già Luca!"
Gli lancio un'occhiata di fuoco attraverso il nonno, che lui non percepisce o, se lo fa, la ignora felicemente.
Il dibattito continua per tutta la seconda portata, fino a quando non mi alzo per sparecchiare e propongo di fare il caffè.
"Ma no, amore" mi ferma subito mia madre. "E' il tuo compleanno, non devi fare nulla".
Nemmeno stare qui a sentire te che mi denigri perché non ho uno straccio di uomo né figli, avrei voluto dirle, ma le rispondo semplicemente che mi fa piacere aiutare, e continuo nel mio compito, senza ascoltare le sue rimostranze.
Preparo il caffè con due macchinette da sei, sapendo già chi lo prendeva e chi no. La nonna no, non l'aveva mai preso, il nonno avrebbe voluto, ma i medici glielo hanno proibito. La mamma ne prende un goccetto, papà corretto. I miei fratelli sì, tutti e tre, mentre le mie cognate, solo Marina è quella che non lo vuole prendere perché dice che le alza la pressione. Per quanto riguarda me, dopo quel pranzo, ne avevo proprio bisogno, insieme a un bicchierino di qualche liquore forte, per riuscire a sopportare il tutto fino a quando la mamma non avesse deciso di lasciarmi andare, ovvero verso le cinque del pomeriggio, come minimo!
Dopo la torta, la mia preferita con panna e fragole, misi la scusa dell'uscita con Cristina per svignarmela, ed erano solo le quattro e mezza! Salutai tutti con gioia, tranne i miei nonni, ai quali promisi di andarli a trovare molto presto.
Per quanto riguarda la serata con Cristina e i suoi amici.........
TO BE CONTINUED
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